|
Appunti di
viaggio
KARAKORUM:
UN
FORTUNATO CONTRATTEMPO
di Anna
Maria Z. e Giorgio P.
La Karakorum
Highway (KKH), partendo da Islamabad in proseguimento della lunga
arteria che origina da Karachi, attraversa il sistema montuoso del Karakorum
e le Northern Areas per terminare al Khunjerab Pass. Il valico è a 5000 metri
sulla frontiera sino-pakistana oltre la quale
c’è la Cina con la Provincia Autonoma dello Xinjang Uygur.
La KKH fu costruita e donata
dalla Repubblica Popolare Cinese al popolo pakistano.
Costo dell’opera: circa mille morti. Uno per ogni chilometro.
Eravamo ben documentati su questa strada, sull’Indo che per buoni tratti la
costeggia sui panorami spettacolari e mozzafiato, sulle valli chiazzate di
oasi verdeggianti, sui paesaggi alpini e gli immensi pascoli, sui ponti
arditi, sulle impervie salite ove pullman carichi di passeggeri possono
proseguire solo se spinti dai viaggiatori.
Avevamo ben
chiaro il nostro programma di viaggio. Ci saremmo trovati al cospetto di tre
magnifici 8000 quali il maestoso Ragaposhi , l’austero Nanga Parbat, il
mitico K2 vinto da Lacedelli e Compagnoni; saremmo stati nella valle Hunza,
terra della mitica Shangri La, dove vive una numerosissima comunità ismailita
il cui capo spirituale è l’Aga Khan Karim.
Avremmo visitato le città di Gilgit, Shigar, Skardu e saremmo giunti alla
fine nel Piccolo Tibet detto
anche Tibet degli albicocchi per la diffusa coltivazione di queste piante i
cui frutti, piccoli e dolcissimi, sono essiccati sui tetti delle case e
conservati quale alimento invernale.
Da Skardu saremmo arrivati in prossimità della linea del “cessate il
fuoco” imposta dall’ Onu quale
temporaneo confine fra Pakistan e India insieme alla cessazione della guerra
fratricida fra i due paesi. Una specie di: “ Fermi tutti! Questo è il nuovo
confine: chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto.”
Programma vasto, intenso, eccitante, con scaletta ben definita, tempi
calcolati e seria intenzione di rispettarli.
Partiamo da
Islamabad. L’auto è una vecchia Ambassador che farà tutto il suo dovere
fino alla fine. I primi tratti di strada sono buoni anche se in salita. Si
cammina abbastanza spediti. Bisogna arrivare a Chilas prima di sera per
cercare da dormire.
Ed ecco l’imprevisto. Quello che ti fa cambiare strada e manda in malora
programmi e scalette, che ti fa
fermare un attimo o due e ti dà nel contempo respiro nella corsa talvolta
spasmodica da un luogo all’altro per vedere, conoscere, visitare più di
quello che normalmente si può
vedere, conoscere, visitare. Nel caso nostro, uno di quegli imprevisti che
danno al viaggio un sapore e un significato unici, che rappresentano
un’esperienza indimenticabile come, non so, ad esempio: il funerale celeste
in Tibet oppure la festa della circoncisione a Tombouctou.
Una fila di cinque o sei camion precede la nostra auto e ne rallenta la corsa.
I camion sono stracarichi di uomini appesi da tutte le parti. A grappoli.
Forse si recheranno ad un comizio o in campagna, arruolati per il lavoro dei
campi. Ma quei Kalashnikov che
spuntano da tutte le parti? Forse quei grappoli umani vanno alla guerra?
“No, vanno ad una festa matrimoniale.” è la risposta del nostro autista.
“Con i kalashnikov?” “S’usa
così.” Qui scatta la curiosità:
il sale di ogni viaggio.
I camion si
fermano sul bordo della strada. Anche noi. Loro si avviano in lunghissima fila
verso il luogo della festa a qualche centinaio di metri da noi, riconoscibile
dai festoni e dalle bandierine colorate. Anche noi ci avviamo, prima
cautamente, poi un po’ più decisi; infine invitati …speciali.
Siamo ormai fra loro sul luogo della festa e tutti ci guardano sorridenti.
Sono tutti uomini. Le donne sono chiuse e nascoste nel casolare: non possono
apparire in pubblico. Solo le nostre compagne di viaggio potranno far loro
visita. A noi maschi non è concesso.
Scatto qualche foto, chiedendo loro il permesso , ma sono ben contenti e a
turno si mettono tutti in posa, kalashnikov
compresi.
Lo sposo è un bel giovane con tanto di barba e baffi , alto, imponente,
vestito di rupie cioè con indosso una specie di stola sulla quale sono cucite
delle rupie, regalo bene augurante degli amici.
E la sposa? E’ là per terra, rannicchiata su una specie di barella sulla
quale è stata portata a spalla fin qua, completamente coperta di panni,
praticamente impacchettata nella stoffa e legata con nastri vistosi. Un pacco.
Sì, proprio un pacco, così come Oriana Fallaci definisce la sposa nel suo
libro “Il sesso debole” ovvero “Viaggio intorno alla donna”.
E’
certamente uno di quei matrimoni combinati dai genitori degli sposi secondo
tradizione mussulmana. Lui non dovrebbe sapere di lei e lei altrettanto di
lui. E se sanno, fingono di non sapere.
Scatto delle fotografie agli sposi, da soli e, come si usa da noi, con i
singoli amici. Ma lui ha un’aria Infelice o, forse, rassegnata.
Probabilmente non sa quale donna gli è stata imposta. O se sa non ne è
contento. E la donna nel pacco cosa starà pensando in questi momenti?
Certamente attraverso la trama delle stoffe vedrà lo sposo e forse se la ride
o forse no. E delle foto?
Poco se ne importerà, tanto il suo volto non apparirà da nessuna parte e
quindi non rischia di perdere l’anima. Ritornato in Italia, spedirò loro,
comunque, il mio servizio fotografico.
Riprendiamo il nostro viaggio e al nostro autista chiediamo come fu il suo
matrimonio.
Analogo a quello, pacco compreso. Dentro c’era la zia. Più vecchia di lui.
Dopo alcuni anni e qualche figlio l’ha ripudiata. Si è risposato con rito
meno ortodosso con una cantante più giovane di lui. Ci fa vedere la sua foto.
E’ una giovane e bellissima donna. Però senz’anima: gliel’ha presa la
foto scattata a viso scoperto.
|